Veri e propri capolavori dell’argenteria siciliana del secolo XVIII sono i percoli di Santa Venera, dalle colonne corinzie una diversa dall’altra e quello di S. Sebastiano, dalle colonne salomoniche, entrambi conservati ad Acireale. Originale per la sua forma è quello, sempre in argento, di S. Barbara a Paternò. Gioiello d’arte è quello settecentesco di Santa Lucia conservato a Belpasso, sul quale ogni anno il 13 e 14 dicembre, accompagnato da una marea di fedeli, viene portato in processione il simulacro e lo scrigno contenente le SS. Reliquie di S. Lucia. Il fercolo è una macchina professionale chiamata in dialetto “Vara”, il termine deriva dal latino fero-cultum e significa “portare per il culto”. Tali macchine, infatti, non sono altro che degli altari in processione, essendo costituiti da una parte meccanica che è proprio quella che permette di camminare e da una parte, quella superiore, costituita da un tempietto in argento cesellato formato da sei colonne. Ammirando frontalmente il tempietto, con le sue colonne, i capitelli e l’archetto sovrastante, richiamano il frontale della porta principale della Chiesa Madre, come a voler valorizzare il fatto che la “vara” è proprio l’altare della chiesa in movimento. La “Vara” viene tirata da una marea di fedeli tramite due lunghi cordoni. Il 28 maggio 1671 don Giovanni Battista Asero e don Lorenzo Signorello, rettori della festa di S. Lucia, decisero di far costruire una <<nuova vara>> in sostituzione della vecchia ed affidarono il progetto ed il lavoro al nobile don Geronimo Carnazza della città di Messina. Nell’accordo veniva esplicitamente dichiarato che i lavori dovevano iniziare il 20 giugno dello stesso anno e concludersi il 31 di ottobre dell’anno successivo; dovevano effettuarsi nella stessa terra di Fenice Moncada in “una stanza” laboratorio messa a disposizione dagli stessi rettori. L’opera doveva essere concepita, costruita e decorata <<magistrabiliter>>, seguendo alcune istruzioni ben precise: <<have ad essere con sei colonne, alla moderna e di lunghezza e larghezza per quanto recede che possa stare la Sancta immagine con suo scrigno e lamperi, di bonissima forma; che ci sia lo zocculu sutta …; di indorarla con oro finissimo tutta intera accettuati li facci delli boitoni e serafini>>. Il tutto per la somma di onze 110 da pagare entro il 25 luglio 1672. Si dava inoltre la possibilità di utilizzare <<il legname della vara vecchia>> ancora in buono stato. Fu uno degli ultimi atti di don Lorenzo Signorello: il 2 giugno 1671, mentre partecipava alla processione del Corpus Domini a Catania, fu uccisi con un’archibugiata sparatagli proditoriamente alle spalle. Don Geronimo Carnazza, alla data stbilita, presentò il progetto della nuova <<vara>> a Giovan Battista Asero, il quale, a sua volta, come era giusto, lo sottopose al parere dei preti, dei giurati e dei rettori della festa di S. Lucia. Tutti fecero un esame attento. Non furono soddisfatti. Bisognava cambiare ideatore e costruttore. Così la commissione passò a mastro Giulio Gallo della città di Catania; il quale nello spazio di un anno e pochi mesi portò a ompimento l’opera. La “vara” completata, allo stato attuale, si presenta tutta rivestita in argento finemente cesellato. Ai quattro lati della base del tempietto, l’argento è scolpito con raffigurazioni che dettagliatamente raffigurano momenti della vita e del martirio di S. Lucia. Le sei colonne, in stile corinzio, che sostengono la cupoletta presentano alla base le seguenti iscrizioni: 1. Rettori Sac. Don Carmelo Bellia e don Vincenzo Germanà – 1732 2. Don Tommasi Scrofani e Mariu Licandro, rettori – 1733 3. Canonico don Giuseppe Virgillito e Sac. Carmelo Bellia – 1734 4. Rettori Vincenzo Germanà e soci, Alessio Marletta e soci – 1735 5. Rettori Antonino Distefano e Agatino Signorello e soci e Don Vincenzo Germanà e soci – 1737 6. (in una colonna non c’è iscrizione). Nella parte sommitale delle colonne sono presenti i capitelli che sostengono la base della cupola, formando un arco (tra ciascuna colonna e l’altra) che rende la linea della “vara” più signorile ed elegante. Tali archetti sono adornati da festoni in argento, restaurati negli anni ottanta. La cupoletta superiore è tutta cesellata e si rialza al centro, sostenendo un piccolo crocifisso. Ai lati, la cupoletta è adornata da piccole statuette in argento che rapprentano gli evangelisti ed i due apostoli, donate dal quartiere “S. Antonio”, negli anni venti. La “vara” di S. Lucia è uno dei principali tesori che Belpasso possiede ed è custodito in un locale chiamato “casa a’ vara” chiuso da un mastodontico portone decorato dai simboli della vergine siracusana. Certamente l’argenteo fercolo di Belpasso è il più vicino a quello di Sant’Agata, ideato dall’argentiere Archifel nel sec. XVI, al punto che quando nel dopoguerra si pensò di far uscire S. Agata su un fercolo argenteo (il suo era stato distrutto da un bombardamento), si chiese a Belpasso l’uso del fercolo di S. Lucia; non venne rifiutato ma non potendo entrare dentro lo Scrigno di S. Agata, venne usano nel 1946 quello ligneo di S. Mauro di Aci Castello. |